Sulla propaganda come arte
e sull‟ipotesi di rifare il mosaico distrutto”
Dialogo tra Saturno Carnoli e Ivan Simonini
CARNOLI Ricordi quando ti cercai, quasivent‟anni fa, per togliere finalmente ipannelli che coprivano i mosaici della Casa del Mutilato e restituirli, anche solo come documento storico, ad una città che voleva essere la capitale del mosaico?
Se rammento bene tu eri il Presidente della Commissione Cultura del Comune di Ravenna. In altre parole il PCI ti aveva incaricato di controllare da vicino proprio Beppe Rossi, che allora era Assessore socialista alla Cultura e Vicesindaco.
SIMONINI Non ho memoria alcuna di un simile incarico, tanto più che Beppe èsempre stato “incontrollabile” e io non sonocapace di pedinare neanche mia moglie. Ma ricordo bene quando mi trascinasti in una visita notturna alla Casa del Mutilato. C‟eraancora la balera del Club Iride nel salone dei mosaici ed entrammo quasi di nascosto, da semiclandestini, con la complicità del custode, che ci permise allontanandosi,appena uscito l‟ultimo avventore, di sollevareparzialmente uno dei pannelli.
CARNOLI Ma cosa venne fuori dopo? Che era troppo presto, che bisognavaaspettare ancora un po‟, anche perché all‟ultimo piano dello stesso palazzo c‟era ancora l‟ANPI.
SIMONINI L‟ANPI non fece opposizione.Si limitò a porre alcune questioni di opportunità in quella fase di aspro scontro politico: in particolare erano ai ferri corti Craxi e Berlinguer, socialisti e comunisti. Una minima attenzione ai consigli attendistidell‟ANPI era in fondo dovuta. Nel 1945 ipartigiani si comportarono molto meglio dei cattolici del VI secolo che cancellarono senza pietà i mosaici ariani di S. Apollinare Nuovo. Lì rimasero solo le mani dei funzionari teodoriciani appoggiate sulle colonne. Qui venne rimosso solo il mosaico del duce a cavallo marciante su Roma con le camicie nere.
CARNOLI Per i partigiani era il più osticoda digerire.
SIMONINI
Non avendo i partigianirimosso gli altri quattro mosaici, ma avendolisolo “censurati” elasciati ricoperti di una pietosa foglia di fico fatta di carta, colla, juta e legno, in un certo senso li hanno salvati. E comunque, rendendoli invisibili, li hanno di fatto protetti.
CARNOLI C’era poi una ragionearchitettonica non implausibile: togliere il mosaico del duce serviva per fare la portaprincipale d’ingresso al salone. Certo che da qualche parte potevano conservarlo.
SIMONINI Quella della porta credo sia stata solo la scusa buona per eliminarlo. Un intervento chirurgico, a suo modo oculatamente selettivo.
L’iconoclastia antifascista da noi è statapiuttosto soft.
CARNOLI In realtà, questi mosaici del ventennio, rimossi dopo la guerra in modo reversibile (non siamo talebani), continuano a creare un certo imbarazzo anche oggi.
SIMONINI Perché non solo sono dinuovo visibili, ma anche “riabilitati”.
CARNOLI La restituzione a Ravenna dei mosaici della Casa del Mutilato ripropone il tema del rapporto tra arte e propaganda, traarte e politica.Da un po’ di tempo in città citroviamo coinvolti in questa discussione e sempre a causa di un qualche mosaico.L‟anno scorso è successo in occasione della mostra, in Pinacoteca, delle copie dei mosaici medievali di S. Giovanni Evangelista e in particolare mi riferisco a quelli della II crociata, che fu combattuta, non contro i saraceni per liberare il Santo Sepolcro, ma contro gli stessi cristiani di Zara e Costantinopoli e con ineguagliabile efferatezza. Lo stesso papa Wojtyla, pochi giorni prima di questa mostra, chiedeva perdono ai fratelli separati della Chiesa ortodossa proprio per quella ferita ancora squarciata da così antichi e indimenticabili eccidi.In quell‟occasione mi è piaciutoobbligare diversi amici ad ammettere che non solo la propaganda è compatibile conl‟arte (come risultava già dai mosaici diTeodora e Giustiniano a S. Vitale) ma che può essere considerata arte anche una propaganda non condivisa, al servizio di unpensiero non condivisibile…
SIMONINI Cercavi di convincere gente di sinistra che può essere arte anche una propaganda di destra?
CARNOLI Esatto. Può essere arte anche una propaganda di destra o la propaganda di un orientamento che ha perso. Abbiamo così parlato di Sironi, della tragicità silente nei suoi manifesti politici e pubblicitari, dei Canti Pisani di Ezra Pound. Insomma mipare chiaro che l’arte può sopportarebenissimo un intreccio anche funzionale alla politica purché non assoluto, ma laico, relativizzato, storicizzato. Si sopporta menoil rapporto tra l‟arte e l‟etica perché con ladivisione fra bene e male è più facile scivolare nella comunicazione dottrinaria, oleografica, educativa tipica dei totalitarismi.
SIMONINI Tuttavia un’arte segnata dascopi apertamente politici o commerciali (ad esempiol’‟arte” che si puòvendere oggi in televisione) suscita un imbarazzo naturale, prima che ideologico. Un tale imbarazzo è totalmente superabile?
CARNOLI Dov’è il problema? L’arte è una produzione che prevede sempre l’incontro didue soggetti: un committente (il soggettoche paga, che compra) e l’artista (il soggettoche produce e che vende). La grandezzadell‟arte impone eccellenze in entrambi isoggetti. La favola dell’artista bohémien cheproduce per sé, sognando nella sua soffitta, è una balla solenne.
Quasi tutti gli artisti, non solo quelli per così dire moderni (registi, musicisti, grafici), maanche i poeti d’una volta, gli scrittori, i pittori e quindi i mosaicisti, non vivono in soffitta e lavorano di solito duramente come tutti gli altri uomini, metalmeccanici o manager. Succede così da sempre, almeno dai tempi di Tiziano fino ai nostri giorni.
SIMONINI Direi almeno dai tempi di Dante e di Giotto, che da cavalletto usava un vero e proprio cantiere edilizio. E ciò vale anche per i maestri mosaicisti di S. Vitale. Così come è valso per i giovani mosaicisti di Renato Signorini che hanno eseguito i tre grandi mosaici verticali della Casa del Mutilato direttamente su muro come si faceva 1500 anni fa. Da questo punto di vistac’è una certa continuità tra i mosaici diGiustiniano e Teodora e i mosaici della Casa del Mutilato. Con la differenza metamorfica che il volto di Giustiniano in S. Vitale è stato forse solo abbellito rispetto al volto reale, mentre il volto di Giulio Cesare (che nel bozzetto di Anton Giuseppe Santagata porta la barba) nel mosaico finito di Ravenna assomiglia molto più a Mussolini che a Cesare.
CARNOLIL’importante, per l’artista e ilcreativo, è avere il lavoro, vincere la gara,sedurre la committenza, ottenere l’incarico.E poi portarlo a termine tenendo conto degli obiettivi, dei desideri, delle aspettative del committente, privato o pubblico, fino al semplice consumatore, di CD per esempio.
SIMONINI Sei un po‟ drastico.
CARNOLI No. Alla soddisfazione delcommittente, l’artista deve però aggiungeresempre qualcosa. Ed è qui che si configura la dimensione artistica: aggiungendo qualcosa di non richiesto, qualcosa di compatibile con quelle aspettative, ma, come dire? rispetto ad esse esterno, latente, trascendente. Qualcosa di visionario, e di anticipatorio di nuovi modi di sentire, di vivere, di comunicare.
SIMONINI Alla fine quindi è la forma che prevale sul contenuto. La forma mutevole dentro la quale quel contenuto si manifesta.Se questi mosaici “fascisti” fossero solopropaganda, non avremmo sentito così forte il bisogno di riportarli alla luce. Ma quello straordinario scorcio (nel mosaico di Giulio Cesare) della Ravenna antica, quella natura morta in basso (nel mosaico sulla guerra diSpagna) contrapposta obliquamente all’elicain alto, quella trincea (nel mosaico sulla I guerra mondiale) come vista dal cielo, col soldato che si benda e col soldato che dorme esausto, quasi a rappresentare la vita di tutte le trincee, quel cavallo morente (nel mosaicosulla guerra d‟Africa) immobile piattaformadel soprastante vortice di corpi e di armi in battaglia, ci trasmettono emozioni che prescindono totalmente dalla propaganda.
CARNOLI Per garantire questo “di più” dell‟offerta artistico-creativa rispetto alla domanda, di solito non è sufficiente il durolavoro esecutivo. Occorre l’applicazionesevera di grandi talenti alla ricerca diun‟armonia innovativa sia sul piano tecnico ed esecutivo sia sul piano formale ed espressivo.
Ma anche uno spot, anche un manifesto elettorale può costituire un fatto artistico.
SIMONINI Proviamo a tirare qualcheconclusione. L’arte può essere propaganda ela propaganda può essere arte. Arte impegnata e arte di propaganda sono la
stessa cosa. A rigor di logica, non c’è in séalcuna diversità estetica tra un monumento a Hitler e un monumento alla Resistenza, tra un ritratto di Stalin e un ritratto di Berlusconi, tra una caricatura di Sharon e una caricatura di Arafat. Ciò nonostante, lasocialità dell’arte, la sua forza “propagandistica” non dipende tanto dallapropaganda quanto dalla poetica e dallo stile.Cioè dal genio dell’artista. Neanche l’arte diregime può perciò fare a meno dell‟arte per l‟arte.
CARNOLI Questa conclusione, teoricamente condivisibile, mi suggerisce una provocazione ulteriore. Non solo i dettagli non propagandistici (come la natura morta, che citavi, nel mosaico sulla guerra di Spagna) ma anche i dettagli più sfacciatamente di regime, così come le scened’insieme, possono essere tranquillamentearte. I mosaici della Casa del Mutilato stanno a dimostrarlo.
SIMONINI Secondo la tua analisi i regimi“politici” sembrerebbero quasi neutrali oininfluenti sul processo creativo. E temo ciò non sia vero. Regimi diversi produconomessaggi e oggetti d’arte qualitativamentediversi, perché ogni regime fornisce il proprio ineludibile autonomo impulso che si compenetra, come contributo artistico oggettivo, nella concreta creazione materialesoggettiva. L‟arte “proletaria” o l‟arte “nazista” o l‟arte “hollywoodiana” non sonodi uguale qualità e i loro esiti possono essere collocati sullo stesso livello estetico solo nella notte hegeliana dell’indistinzione.
CARNOLI Bell’argomento. Rispetto all’arte degli altri totalitarismi (nazismo estalinismo, che tendono ad assomigliarsimoltissimo), l’arte del fascismo, invece, nonresta prigioniera di schemi espressivi fissi e puramente propagandistici. In Italianon c’è nessun “Mein Kampf” o altre rigiditàdottrinarie così discriminanti come in URSS dopo i primi anni della rivoluzione..Mussolini ha una robusta preparazione
culturale; è stato in grado di agganciare le avanguardie di Milano e Roma anche prima della conquista del potere; di queste avanguardie si nutre ed alimenta il suo stile nelle strategie e forme della comunicazione sociale e politica; si circonda (quando non li mette in galera come nel caso di Gramsci) di personaggi di grande valore intellettuale; ha perfino come amante un nome importante della letteratura del Novecento: la Margherita Sarfatti. Nei Guf, nei Littoriali e in altre occasioni istituzionali, come per es. il Premio Cremona, si affermano neo avanguardie, libera ricerca, perfino una certa critica antifascista, cosicchél’arte, l’architettura, lapittura, il cinema, il design, perfino la pubblicità del ventennio spesso raggiungono risultati di rilievo assolutamente europeo e mondiale. Ma entriamo in un terreno troppo complesso da scavare in questa sede. E forse, qui, fuori tema. Anche perché dovremmofare una graduatoria di qualità tra “regimi” esospetto che il nostro sentimento ci porterebbe a simpatizzare, anche esteticamente, per una parte piuttosto cheper l’altra. Mentre l’intelligenza critica ci deve portare a rintracciare la bellezza ovunque essa si celi. E di tanto, per ora, accontentati.
SIMONINI Non mi accontento. Anzi, non solo sottoscrivo la tua provocazione di prima, ma la rilancio, alle estreme conseguenze, facendo mia un‟idea talentuosa cara all’architetto Carlo Maria Sadich.
Tutto quello che abbiamo detto fin qui, caroNino, sarebbe pura retorica “modernista” senon riportassimo alla luce anche il mosaico rimosso di Mussolini in orbace sullo sfondo della Roma imperiale. Conosciamo il bozzetto a colori del magno Santagata, da cui gli ottimi Antonio Rocchi e Ines Morigi trassero il mosaico poi eliminato.
Chi l’ha detto che un‟opera d‟arte distruttasia persa per sempre? In questo caso basterebbe rifarla. E rimetterla esattamente lì, nel luogo per il quale era stata realizzata.
E così una tale opera, storicamente e culturalmente preziosa, concepita nel 1940, eseguita nel 1941 e scomparsa per oltre 50 anni, riapparirebbe miracolosamente, nella sua unicità, tramite la sensibilità e la manualità di artisti del terzo millennio. Magari insaporendo la resurrezione con untocco d‟ironia: ad esempio mettendo aMussolini la riccia barba tolta a Giulio Cesare. E ristabilendo in tal modo la simmetrica specularità visiva pensata e dipinta da Santagata nel progetto originario. Rilanci anche tu? O te ne vai?
CARNOLI Benito con la barba riccia sarebbe davvero il massimo del riequilibrio. O, se preferisci, dello squilibrio.
Quindi, miracoli esclusi, non ci sperare. Quanto a rifare il mosaico distrutto, caro Ivan, vedo il rilancio.
SIMONINI Scherzi a parte, non ci speronella “barba riccia di Mussolini”. Ancheperché sarebbe come aggiungere manomissione a manomissione. Mi accontenterei che il mosaico venisse rieseguito su un nuovo cartone ispirato al bozzetto di Anton Giuseppe Santagata. Nona caso, con l‟attuale ristrutturazione, la portaprincipale del salone è stata eliminataricostituendo l’ambiente originario, che aspetta solo di essere corredato con l’operache manca. Ines Morigi Berti e Antonio Rocchi, che realizzarono nel 1941 il mosaico rimosso, sono ancora attivi e potrebbero essere preziosi consulenti.
Ma vedrai che, esaurito il dibattito tra favorevoli e contrari, al posto del rifacimento musivo prevarrà la soluzionedell‟ingrandimento fotografico su teladell’acquarello dipinto da Santagata. E infondo la questione – pur assai sottile – non ha la rilevanza nevralgica che le abbiamo voluto dialetticamente attribuire. Inoltre, ora che il bozzetto originario viene qui per la prima volta pubblicato, e ragionando secondo la ferrea logica del paradosso, forseè proprio l‟assenza di quel mosaico a evocarne l‟immagine più di quanto potrebbefare la sua fisica resurrezione. Forse.

Il Duce Marcia su Roma

Sala dei Mosaici